La difesa dei diritti
in campo fiscale

Hai speso per pubblicità nel 2019? Entro il 31 ottobre 2019 la domanda per il credito di imposta

Passano alla cassa nel mese di ottobre, gli imprenditori che nel 2019 hanno sostenuto delle spese di pubblicità. Esiste un credito di imposta, infatti, che viene attribuito agli imprenditori che hanno sostenuto queste spese e che può arrivare fino al 75% delle spese sostenute.

Siamo più precisi: al 75% delle maggiori spese sostenute nel 2019 rispetto alle spese sostenute nel 2018.

La richiesta all'Agenzia delle Entrate va presentata entro fine ottobre e in questo modello bisogna indicare le spese sostenute nel 2019 di due tipi: spese per la stampa o spese per le radio e televisioni locali. Nello stesso modello si devono indicare le stesse spese sostenute nel 2018 e si potrà ottenere un credito di imposta pari fino al 75% delle maggiori spese del '19 rispetto al '18.

Se dunque hai fatto per la prima volta degli investimenti in pubblicità di questo genere: stampa oppure televisioni locali nel 2019 evidentemente potrai ottenere fino al 75% di queste spese del credito di imposta, quindi uno sconto del 75% delle tue spese di pubblicità.

Se invece sei solito farle o le avevi fatte già in passato, soltanto la quota incrementale potrà ricevere questa agevolazione.

Ti segnalo che le spese sono quelle sostenute nel 2019, quindi anche se non le avessi ancora sostenute ma stai per sostenerle, oppure magari proprio in funzione di questa agevolazione ti viene in mente di sostenerle, allora comunque si può presentare la domanda entro il 31 ottobre indicando una stima delle spese che verranno sostenute da qui alla fine dell'anno.

Ci sarà poi una nuova comunicazione da fare nel 2020 con il consuntivo delle spese effettuate.

Quindi chi ha sostenuto spese di pubblicità è un peccato che si perda questa opportunità, se hai bisogno di sostegno per la presentazione di questa domanda scrivimi, il mio studio se ne può occupare.

Alla prossima.

Un caso di difesa fiscale: ricorso contro il Comune di Calenzano

Mi è capitato di recente di fare un ricorso per un accertamento IMU, anzi una serie di accertamenti IMU, fatti dal Comune di Calenzano, provincia di Firenze, in relazione a una situazione veramente particolare. Quando il cliente mi ha mandato gli accertamenti io davvero non riuscivo a capire il motivo per cui questi accertamenti erano stati emessi.

Sostanzialmente si diceva: "Hai un'abitazione, a norma di legge non hai pagato l'IMU quando esso era dovuta".

Il problema però è che l'abitazione su cui il Comune richiedeva l'IMU era la prima casa di abitazione del mio cliente da quant'anni, da sempre!

Come mai improvvisamente il Comune ha richiesto il pagamento dell'IMU?

Il punto era che sull'accertamento non c'era scritto! C'era solo un rimando a norme ma non c'era scritto il motivo dell'accertamento.

Oltretutto il contribuente non era neanche stato chiamato preventivamente per spiegare le sue ragioni, cioè il Comune aveva effettuato un accertamento d'ufficio senza informare preventivamente il cliente e senza spiegare nell'atto il perché dell'IMU sulla prima casa del contribuente.

Quando ho visto questo atto ho pensato che era necessario fare un ricorso con i fiocchi!

Primo motivo di ricorso: non era stato chiamato il contribuente preventivamente. Il contribuente ha diritto, nel momento in cui è intaccata la sua sfera privata, di essere chiamato preventivamente a discutere di un accertamento.

Il Comune non può emettere atti automatici senza chiamare il contribuente. Su questo c'è amplissima giurisprudenza italiana e sopratutto europea.

Secondo motivo di ricorso, ancor prima di entrare nel merito: l'atto di accertamento dev'essere motivato. La motivazione dell'accertamento è un elemento fondamentale senza il quale un accertamento non vale niente, è carta straccia. Ai tempi delle monarchie assolute bastava l'editto del re in cui si diceva che si dovevano dei soldi ma oggi siamo in uno Stato di Diritto, in cui i cittadini hanno il diritto di essere chiamati a spiegare e di sapere il motivo per cui vengono accertati e il motivo dev'essere nero su bianco. Quindi, secondo motivo di ricordo assolutamente definito.

Poi si va nel merito.

E' venuto fuori, anche a mezzo di stampa, che il motivo di questo accertamento che riguardava il mio cliente ma anche altre 149 famiglie, perché è uscito un articolo che parlava di 150 famiglie accertate ("Stangata IMU nel Comune di Calenzano per 150 famiglie") era dettata dal fatto che la moglie del contribuente accertato risiedeva in altro stabile e quindi non essendo il nucleo familiare congiunto allora non aveva il diritto alla esenzione IMU sull'abitazione principale.

Sono andato a studiarmi la norma specifica ed essa dice un'altra cosa: l'esenzione IMU salta se il coniuge è residente in un'altra abitazione dello stesso comune. Allora comprensibile l'accertamento quando il coniuge risieda in altro appartamento nello stesso comune ma nel mio caso il coniuge risiedeva in altro appartamento in altro comune, non nello stesso. Quindi anche nel merito c'era un ottimo motivo di ricorso e quindi il ricorso è stato presentato ma il messaggio che voglio lanciare è che il cittadino non può e non deve essere trattato come un suddito.

Quando un atto dell'amministrazione finanziaria di un comune, come in questo caso, viola le norme di legge e di accertamento è un dovere per il cittadino difendersi e rivolgersi a un difensore tributario che sappia come fare a tutelare i suoi diritti.

Posso prelevare contanti oppure rischio un accertamento?

Domanda da un milione di dollari: i contanti possono ancora essere utilizzati?

Posso fare versamenti, posso fare prelevamenti contanti oppure vengo immediatamente schedato e accertato dal Fisco?

Il tema è molto rilevante, è evidente che negli ultimi anni si sta cercando di combattere l'evasione fiscale attraverso delle restrizioni nell'uso del contante. Quindi abbiamo da un lato le norme sull'uso dell'antiriciclaggio, sappiamo che il tetto per ogni operazione in contanti è 3000 euro, quindi non possiamo fare operazioni di qualunque genere in contanti sopra i 3000 euro. La norma che parla dei prelevamenti fiscali è la norma contenuta nel DPR 600 che è la legge che disciplina le regole fondamentali dell'accertamento.

Cosa dice questa norma? Essa dice che i prelevamenti di contanti devono essere giustificati.

Se tu fai un prelevamento e attenzione che parlo di prelevamento, non di versamento, è chiaro che se io verso dei contanti sul mio conto corrente, devo poter dimostrare da dove arrivano e che quel versamento non sia un ricavo e che quindi devo dichiarare, ma anche il prelevamento deve poter essere spiegato.

Se il Fisco mi chiede perché ho fatto un prelevamento devo poter essere in grado di dire per quale fine l'ho fatto, cioè per pagare chi.

Questo per quale ragione? Perché esiste questa presunzione nella norma fiscale che se viene effettuato un prelevamento, allora è ben possibile che se io svolgo un'attività di impresa, questo prelevamento possa essere utilizzato per sostenere dei costi in nero che poi avranno generato dei ricavi in nero.

Questa è una norma abbastanza contorta, molto complessa nella sua applicazione, anche la giurisprudenza se n'è accorta e anche lo stesso Legislatore, il quale ha fissato poi un tetto sui prelievi sopra i quali si cade in questa presunzione. Il tetto è 1000 euro al giorno per un massimo di cinque mila euro al mese.

Quindi se tu prelevi un massimo di 1000 euro al giorno fino a un massimo di 5000 euro al mese non sei soggetto a questa norma e questo, da un certo punto di vista è rassicurante.

C'è anche da dire che negli anni si sono susseguite sentenze che tendevano a escludere i professionista dall'applicazione di questa norma, perché la ratio di questa norma prevede che colui che preleva per sostenere costi che poi gli consentono ricavi non possa che essere un imprenditore, perché un professionista ha una struttura organizzativa limitata, non compra per poi rivendere . Quindi è difficile immaginare per un professionista una configurazione di evasione fatta in questo modo e quindi la giurisprudenza, giustamente, ha stabilito che i professionisti sono esclusi dall'applicazione di questa normativa.

Ci si potrebbe domandare: ma allora vale solo per gli imprenditori, cioè solo l'imprenditore è soggetto a questa norma o anche un cittadino qualunque, magari senza p. IVA?

Se sono esclusi i professionisti, a mio avviso, allora dovrebbero essere esclusi anche i soggetti senza la p. IVA perché non hanno alcun modo di acquisire dei costi in nero per poi vendere in nero, a meno che il Fisco non sappia dimostrare che si tratta di una vera e propria attività imprenditoriale svolta in maniera totalmente occulta al Fisco, quindi io faccio dei prelevamenti ma non ho una vera e propria attività imprenditoriale.

Il questi casi, ovviamente, ci vuole la massima attenzione ma questi direi che sono casi patologici, il soggetto più a rischio da questo punto di vista è l'imprenditore.

Quello che mi è capitato di vedere negli anni è una verifica su una azienda che magari si allarga a una verifica finanziaria sui conti correnti dell'imprenditore.

Il Fisco in quel contesto può pensare che i movimenti del conto corrente dell'imprenditore e quindi fuori dalle scritture contabili dell'impresa possano essere riferiti effettivamente a costi e quindi poi a ricavi che andavano dichiarati nell'impresa.

Spero che questo ti possa essere stato utile e ti possa aver rassicurato, di sicuro adesso sai come sono le regole.