La difesa dei diritti
in campo fiscale

Per poter usare un documento contro il fisco, occorre che abbia data certa?

Nell'ambito di un contenzioso che sto seguendo in questi mesi per conto di un mio cliente l'Agenzia delle Entrate contesta la effettività di un costo, secondo l'Agenzia delle Entrate quel costo difetta di inerente competenza, non c'entra niente con la realtà dell'azienda. In realtà, in sede di verifica, si era prodotto un contratto dell'azienda con quel fornitore che stabiliva punto per punto quali erano gli accordi e quindi alla luce di quel contratto il fornitore aveva poi emesso le sue fatture.

All'Agenzia delle Entrate l'operazione nel suo complesso non è piaciuta, non ha ritenuto documentata quella trattazione e nelle deduzioni descritte in risposta al ricorso che ho presentato mi dicono che un elemento che fa propendere per non considerare valido quel costo è che il contratto fatto con il fornitore difettava di data certa, ovvero era un contratto fatto e sottoscritto dalle parti con una certa data ma non essendoci certezza di quella data, cioè non essendo quel documento stato registrato o inviato via Pec non si poteva avere la certezza che quel contratto fosse realmente sussistente.

Qual è la norma che invoca l'Agenzia delle Entrate per sostenere che un atto privo di data certa non può essere prova di nulla nei suoi confronti? E' l'articolo 2704 del Codice Civile che stabilisce che un documento privo di data certa non può essere sottoposto a terzi. L'Agenzia delle Entrate si considera terza e quindi, difendendosi, dice "caro contribuente, tu questo atto non l'hai registrato, questo atto non te lo sei mandato via Pec, non puoi provare la data certa, per me non esiste".

Io era da un po' che ero stufo di questa presa di posizione da parte dell'Agenzia delle Entrate perché la norma fiscale, quando richiede una data certa, lo dice espressamente! Ad esempio è noto che occorre mettere la data certa a un verbale di assemblea che attribuisce il trattamento di fine mandato all'amministratore, altrimenti si rischia di non poter dedurre per competenza il relativo costo.

E' altrettanto fuor di dubbio che è opportuno dare data certa alle missive che si scambiano i soci e le società in relazione ai finanziamenti effettuati. Questo per dare certezza del tempo in cui si decide di fare un finanziamento e questo anche per definire, senza ombra di dubbio, se i finanziamenti sono fruttiferi o non fruttiferi.

In tutti gli altri casi, però, non è così e questa volta mi sono stufato di difendermi solo con gli strumenti del buonsenso, ho fatto una ricerca approfondita e ho trovato una sentenza di Cassazione veramente fantastica, che risolve il problema una volta per tutte. Questa sentenza non nega il fatto che il Fisco possa considerarsi terzo in relazioni a documenti privi di data certa, ma questo soltanto in una circostanza: nella circostanza in cui quella specifica data sia fondamentale per l'esatta percezione di un tributo.

Ti faccio un esempio: una società aveva registrato un verbale di assemblea che distribuiva i dividendi, datato 29 settembre 2003, lo aveva registrato in data 20 ottobre 203, qualche giorno dopo ma il 30 settembre 2003 erano cambiate in senso sfavorevole le regole rispetto alla distribuzione dei dividendi e allora una società che ha tenuto un'assemblea prima del 30 ma l'ha registrata dopo può godere di quella data che è precedente al momento in cui la registrazione dell'atto conferisce data certa a quel documento? Non lo può fare! Perchè quella data lì, proprio quella data lì, è fondamentale per capire se un tributo è dovuto o no e in quale misura.

In tutti gli altri casi, e a me succede spesso di produrre documenti in giudizio, dove la data non è l'elemento centrale ma è uno degli elementi che aiutano a sostenere le mie tesi o uno dei mezzi di prova che utilizzo, testimonia un fatto storico. Questa sentenza dice che in tutti questi casi la data non deve essere certa e il Fisco non può pretendere l'applicazione dell'art. 2704 per qualunque documento. Aggiungo io: anche perché sarebbe veramente assurdo pretendere che i contribuenti registrassero qualunque documento fatto sulla scrivania perché in futuro l'Agenzia delle Entrate potrebbe disconoscere qualunque documento privo di data certa.

Allora registriamo i documenti o facciamo uno scambio di Pec, più facilmente, quando occorre e riteniamo che sia fondamentale provare la veridicità di un documento ma anche la sua datazione ma non dobbiamo impazzire a scambiarci via Pec qualunque cosa passi sulla nostra scrivania perché questo è un onere che la Cassazione non ci chiede.

Il figlio che lavora nell'azienda di famiglia può aderire al regime forfettario?

Domandina facile, facile (per modo di dire come vedremo, in campo fiscale non ce ne sono di domande semplici...): immaginiamo che tu abbia un'azienda e che tuo figlio stia finendo gli studi, si è diplomato, si è laureato e gli dici che è arrivato il momento di farsi le ossa e di venire a lavorare con te in azienda per cominciare a vedere se gli piace.

Non entro nel merito della scelta di lavorare nell'azienda di famiglia, se può essere o meno una buona idea, quello che invece mi interessa raccontare qui è: ma se vogliamo far aprire al figlio neolaureato o neodiplomato una partita IVA può godere del regime forfettario e quindi riuscire a pagare veramente poco di imposta per il lavoro che fa per la nostra azienda?

Qui non parlo del rischio che qualcuno contesti una subordinazione, rischio che esiste e sul quale ti consiglio di approfondire con un consulente del lavoro, io non sono un consulente del lavoro, anzi se c'è qualche consulente che vuole commentare su questo punto mi fa molto piacere; quello che so è che se una partita IVA ha un mono committente, ovvero fattura più dell'80% delle sue prestazioni a un unico cliente e in più ha anche una postazione di lavoro fissa, allora un controllo dell'INPS potrebbe anche portare a una contestazione, a una presunzione di subordinazione. Quindi quello non è autonomo ma dipendente. Questa è una questione assolutamente da risolvere e da avere ben chiara fin dall'inizio.

La seconda domanda è, superato questo primo problema, posso essere forfettario? perché se il giovanotto riesce a essere forfettario davvero riuscirebbe a pagare molto poco.

La risposta è più articolata di quello che si potrebbe pensare perché la norma del regime forfettario vieta di aderire al regime forfettario ai soggetti che sono soci di società di persone, ovvero che hanno un controllo diretto o indiretto di società di capitale. Quindi se il giovanotto non è socio di società di persone allora tranquillamente può fatturare alla società di persone e stare nel regime forfettario, non c'è norma che lo vieti.

Fino a che non verrà promosso a rango di socio potrà avere la sua partita IVA e fatturare in regime forfettario.

Le cose stanno in maniera diversa se invece la società è una S.r.l. perché il fatto che sia vietato il controllo diretto o indiretto implica, secondo il Fisco, che se un parente stretto ha un controllo della società allora è come se ci fosse un controllo indiretto. E' come se il parente, socio della S.r.l., fosse interposto.

Qual è la ratio di questa norma? E' quella di evitare che si creino artificiosamente delle posizioni con tassazione più bassa semplicemente con l'obbiettivo di pagare meno di qui e invece di dedurre interamente dal reddito della società quanto fatturato dal forfettario.

Quindi visto che l'Agenzia delle Entrate interpreta in questo modo la norma, dire al figlio di un titolare di S.r.l. di aprire la partita IVA e fatturare le sue prestazioni nell'ambito della società, alla società del papà è un rischio.

Certo, il papà ha ben ragione a dire: "ma come...io sarei interposto?", cioè è lui ad avere un controllo indiretto della società e quindi appena arrivato comanda lui? E' chiaro che non ha senso però io devo metterti in guardia da questo rischio.

Se hai ben compreso questo video avrai anche ben capito che la norma è irrazionale perché la questione del controllo indiretto esiste solo nelle S.r.l. quindi i figli di titolari di S.n.c. o di S.a.s. non hanno alcun problema a fatturare alla società finché sono soci mentre i figli di titolari di S.r.l. hanno un problema: se fatturano alla società rischiano di trovarsi in regime semplificato e quindi a tassazione a scaglioni IRPEF e non forfettaria.

Ovviamente nessuna irrazionalità della norma fiscale ci stupisce, anzi restiamo in attesa proprio nei prossimi giorni di capire se chi ha uno stipendio, una pensione sopra di 30 mila euro nel 2020 potrà ancora stare nel regime forfettario oppure questa norma varrà dal '21.

E' in corso l'ennesima pantomima sull'argomento, vedremo come andrà a finire.

A presto.

Anche i morti pagano l'INPS. Non scherzo!

Non è uno scherzo, signore e signori, anche i morti pagano l'INPS!

Non sappiamo quando potranno godere di questa agognata pensione, forse nel Regno dei Cieli l'INPS non fallirà mai e potrà garantire per sempre un vitalizio...

Fatto sta che gli eredi che rimangono sulla terra devono continuare a versare i contributi previdenziali anche per i morti. Sembra una barzelletta ma non è così.

Ci sono casi, ne sto vivendo uno in questi giorni, in cui questo è davvero così.

Vi spiego come può essere possibile:

Sto seguendo una S.a.s. perché ha ricevuto un accertamento fiscale. Siamo nel corso dell'accertamento con adesione, la proceduta che io in tanti altri video ho criticato devo dire che questa volta sta funzionando bene e non è colpa loro se fanno pagare l'INPS a una persona deceduta ma è colpa di come sono organizzate le regole.

Cosa succede se un accertamento di una S.a.s. viene fatto quando uno dei soci lavoratori della S.a.s., quindi iscritto all'INPS è deceduto?

Ovviamente succede che l'accertamento fatto sulla persona non più in vita viene notificato agli eredi di questa persona. La spiacevole sorpresa è un po' mitigata dal fatto che le sanzioni sono intrasmissibili agli eredi e quindi l'accertamento che riguarda la persona che è deceduta arriverà agli eredi senza sanzioni, perché la sanzione deve andare a colpire chi ha violato una norma, non certo un erede che è incolpevole.

L'erede però resta responsabile delle imposte ma non solo delle imposte, ma anche dei contributi perché dal momento che il socio di S.a.s. deve essere iscritto all'INPS - nel caso che sto affrontando INPS commercianti - in relazione alla sua quota di reddito della società, allora il maggiore accertamento in capo alla S.a.s. porterà a un maggior reddito in capo a lui stesso, ancorché deceduto e quindi a un maggior pagamento di IRPEF, oltre ad addizionali, ma anche a un maggior pagamento di INPS che segue logicamente l'accertamento fiscale, anch'esso senza sanzioni. Ma se già è una beffa pagare imposte per una persona deceduta, quanto è una beffa far pagare i contributi previdenziali per una persona deceduta.

Ebbene sì, signore e signori, proprio così. Anche se il discorso fila ,un accertamento deve portare anche maggiori contributi previdenziali che sono dovuti sul reddito, indipendentemente dal fatto che il soggetto sia o meno ancora in vita, però capite che è un sistema che di base ha qualcosa di malato alla radice.

I contributi servono per costruire la nostra pensione o servono per mandare avanti quel carrozzone?