15 febbraio 2020

Agenzia delle Entrate condannata a pagare 3.000 euro di spese legali

Sono un difensore tributario sufficientemente anziano per ricordarmi di quando ancora, anni fa, i positivi delle sentenze venivano notificati per raccomandata. Arrivava in ufficio un foglietto giallo pinzato e tu aprivi quel foglietto un po' come si fa con le carte del pocker, piano piano, lo aprivi fino a scoprire l'esito, il dispositivo: erano gioie o dolori ma era un momento emozionante.

Oggi l'emozione scorre sul web perché i dispositivi delle sentenze vengono inviate al difensore tramite Pec e allora quando mi arriva una Pec è un momento emozionante perché non ricevo moltissime Pec e quasi tutte quelle che ricevo derivano dalle Commissioni Tributaria che mi convocano per un'udienza o mi comunicano l'esito di una udienza. Quando apro il file e leggo il nome del mio cliente in testa al file comincio a pensare "Ecco, ci siamo! Vediamo cosa ha prodotto il lavoro dell'ultimo anno"

Dal ricordo, alla lettura delle controdeduzioni, alla redazione delle memorie in prossimità dell'udienza e poi infine, all'udienza. Allora si scorre pian pianino il file fino ad arrivare all'esito dispositivo. In questo caso il dispositivo è stato questo: accoglie il ricorso e condanna l'Agenzia delle Entrate di Torino alla refusione delle spese processuali che liquida in euro 3000, oltre esposti e accessori di legge.

Che devo dire signori, per un difensore tributario questo è il massimo della soddisfazione, questo è il massimo del riconoscimento, il fatto che non solo il mio cliente non deve pagare le tasse ma che le spese legali, cioè la mia parcella, la pagherà la controparte, l'Agenzia delle Entrate. Davvero questi dispositivi danno un senso al mio lavoro e oggi voglio celebrare questo successo, anche perché il caso davvero meritava un successo.

Te lo racconto brevemente e poi, nel caso, sul tema farò altri video perché è molto interessante e ampio.

L'accertamento riguardava una società cancellata dal Registro delle Imprese e l'Agenzia aveva notificato l'accertamento ma non solo notificato ma anche intestato l'accertamento non alla società ma al suo liquidatore e al suo socio. Io avevo impugnato l'atto sostenendo che ancorché cessata la società rimane per 5 anni passiva e passibile di accertamento, perché così detta una norma specifica sull'argomento, e che oltretutto questi accertamenti inviati al liquidatore e al socio non spiegavano le ragioni giuridiche per cui l'uno e l'altro dovevano essere considerati responsabili.

Lo sono in alcune circostanze ma devono essere chiarite e motivate.

Qui, primo l'atto non era notificato al soggetto giusto e poi non era spiegato il perché questo povero socio e questo povero liquidatore dovessero essere chiamati in causa. La Cassazione ha scritto una sentenza bellissima, hanno compreso perfettamente il tema e dal momento in cui le spese seguono la soccombenza, questa è la regola, ha condannato l'Agenzia delle Entrate a pagare le spese.

La giustizia è fatta e il difensore tributario è felice.


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